No, guardare questa immagine non ti dice quanto sei stressato

9 gennaio 2019

Psico-bufala: c’è un’immagine che ti può rivelare quanto sei stressato. Ideata da un presunto psicoterapeuta giapponese di nome Yamamoto Hashima, l’immagine sarebbe questa (fonte della notizia Dagospia):

Secondo questo Yamamoto Hashima il tuo livello di stress è direttamente proporzionale a quanto vedi in movimento le figure: se le vedi immobili, stress zero. Più le vedi in moto, invece, e più alto è il tuo stress.

Si tratta in realtà di una fandonia (Dagospia correttamente lo segnala): il presunto “test” in questione è semplicemente un’illusione ottica, di cui grazie a Google – e con un po’ di pazienza – si riesce facilmente a ricostruire la storia.

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Smascherare chi finge di essere depresso. Possibile?

18 novembre 2018

Sta suscitando molta indignazione un post di Selvaggia Lucarelli (ripreso anche da Vincenzo Maisto, aka Signor Distruggere). Ci sono gli screenshot di una conversazione fra una neomamma, amareggiata all’idea di rientrare al lavoro dopo il periodo di maternità, e un’altra mamma che le dà un suggerimento a dir poco disinvolto. Fai come ho fatto io, le dice: ti fai fare una bella diagnosi di depressione post parto e sei sicura di stare a casa ancora per un po’.

Lo sappiamo, purtroppo: c’è chi non trova nulla di strano nel truffare lo stato inventandosi finte malattie. Il che rende un pessimo servizio a coloro che realmente soffrono di una qualche malattia, psichiatrica o fisica. Potete immaginarvi la miriade e il tono dei commenti: un vespaio.

E però qui, fra tante osservazioni sensate, spunta una psico-bufala.

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Gli psicoterapeuti parlano dei pazienti con i loro partner?

18 ottobre 2018

Sinceramente: non pensavo di dovere scrivere questo post, perché non pensavo che qualcuno credesse a questa storia. Ma le psico-bufale nascono proprio perché uno non è tenuto a sapere come funziona il mio lavoro, a meno che non sia un mio collega. Dunque ecco il tema del post di oggi: se credi che gli psicologi parlino dei pazienti con i loro partner sei caduto in una psico-bufala.

Tutto è nato quando mio marito, appassionato di gialli, mi ha messo sbalordito sotto il naso la pagina che vedi qui sotto, dicendomi: “Guarda qua: materiale per il tuo blog!”. Era il libro che stava leggendo. La protagonista è una scrittrice che indaga sulla morte della sua psicoterapeuta. Per capirne di più Federica, la scrittrice, va a Parigi dove vive il marito della defunta. E lo interroga così:

 

E il segreto professionale dove lo mettiamo?

A scanso di equivoci sia chiaro: non sto facendo il processo al romanzo, di cui fra l’altro ho visto che si parla piuttosto bene, quindi complimenti all’autore. E’ che questa idea che i pazienti sarebbero non solo argomento di conversazione ma addirittura il principale argomento fra terapeuta e partner… ecco, questa è veramente una bufala colossale (come mio marito potrebbe tranquillamente confermare).

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Ancelotti dall’analista? A “Quelli che il calcio” succede. Ma c’è un errore…

6 ottobre 2018

A “Quelli che il calcio” Carlo Ancelotti (Ubaldo Pantani) cerca una via d’uscita ai problemi che sta avendo col suo Napoli parlandone con un analista. Tutto come ce lo si aspetta: l’analista coi capelli e la barba bianchi, il taccuino su cui prende appunti, il paziente che racconta, il lettino.

Ma… ohibò: agli autori è sfuggito un errore. Sai dire quale?

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“Sei omosessuale e hai meno di 20 anni? Puoi ancora curarti”

3 settembre 2018

L’avrete letta o sentita un po’ tutti questa dichiarazione a proposito di figli gay:

“In quale età si manifesta questa inquietudine del figlio? E’ importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino, ci sono tante cose da fare con la psichiatria. Altra cosa è quando si manifesta dopo venti anni”.

Queste parole sono state pronunciate dal papa.

Sì al rispetto dei valori, no a concetti antiscientifici

Faccio una doverosa premessa: conosco bene la posizione della chiesa cattolica sulle persone omosessuali (sono invitate a vivere in astinenza). E se mi capitasse di lavorare con una persona gay di fede cattolica intenzionata a seguire i precetti della chiesa non mi permetterei in alcun modo di criticarla né di metterne in dubbio le scelte: per uno psicologo le idee e i valori del suo paziente vanno rispettate, anche se non dovessero essere condivise.

Fatta questa precisazione, va comunque detto che qui il papa parla non dal punto di vista del catechismo della chiesa cattolica ma scomoda la clinica: non dice apertamente “l’omosessuale è malato”, ma quando parla di “tante cose da fare con la psichiatria” sotto i vent’anni è difficile pensare che intenda altro. Sembra che pensi all’omosessualità come una malattia che, se presa in tempo, si può fermare.

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NON è quello della Lola (il modo di lavorare di uno psicologo serio)

12 giugno 2018

Pensate che andare dallo psicologo significhi essere sottoposto a un fuoco di fila di domande, magari anche personali e delicate, mentre lo psicologo compila un modulo con le vostre risposte? Beh non è affatto così. Ma non posso biasimarvi se lo pensate. Primo, perché non siete tenuti a sapere come funziona il mio lavoro a meno che non siate miei colleghi. Secondo, magari vi siete imbattuti in questa puntata di “Vite al limite”, avete visto che il dottor Nowzaradan invia la paziente da una psicologa, avete visto all’opera la dottoressa Lola Clay (da 21.40 in poi) e avete concluso che le sedute psicologiche si svolgono così:

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Psicopatico magari sì, ma che “sbagli il test di Rorschach” ho i miei dubbi…

8 giugno 2018

La notizia è curiosa: al Massachusets Institute of Technology hanno messo a punto una intelligenza artificiale che l’ANSA definisce “ufficialmente psicopatica”. Le hanno pure dato un nome, Norman (sì, quel Norman, quello di Psyco). Io di AI non ci capisco un’acca, ma la mia attenzione si è alzata al massimo quando ho letto, sempre nel sito dell’ANSA, che Norman avrebbe “sbagliato il test di Rorschach”.

Prima di proseguire

DISCLAIMER – Qualcuno, lo so, starà già per googlare la parola “Rorschach” e cercherà di sapere come funziona. Ebbene, prima di farlo sappiate una cosa importante: il Rorschach è nemico giurato degli spoiler. Per sottoporsi a un Rorschach è necessario non avere visto il materiale in precedenza, perché sapere come è fatta la prova rovina i risultati. Per questo i siti più corretti non pubblicano il materiale vero ma solo qualcosa che gli somiglia, ma purtroppo qualche sito qua e là ha la pessima idea di caricare il vero materiale, papale papale.  Da sempre ci sono grandi polemiche su questo tema, c’è chi si appella alla “libertà d’informazione” e sostiene che mantenere segreto il materiale lede questa libertà, ma così facendo si danneggiano le persone che eventualmente dovessero poi sottoporvisi. Pensateci bene prima di prendere la decisione di googlare o meno.

Il Rorschach non lo sbaglia nessuno!

OK, finito lo spiegone proseguiamo. Perché faccio un post su questa storia in un blog intitolato “Psico-bufale”? Perché dire che Norman abbia sbagliato il Rorschach non sta né in cielo né in terra. E’ una psico-bufala totale.

Il motivo è molto semplice: il Rorschach non prevede risposte giuste o sbagliate! Per cui Norman non può proprio aver sbagliato il Rorschach, perché il Rorschach non lo “sbaglia” NESSUNO.

Né tantomeno, come dice l’articolo, esistono risposte date da una “intelligenza normale”. Sempre per lo stesso motivo: non esistono risposte più o meno giuste.

Se dovete fare un Rorschach, non temete di sbagliare

Sono pignola? La faccio troppo lunga? Forse. Ma mi preme che chi deve andare da uno psicologo lo faccia avendo, per quanto possibile, le informazioni corrette. E se uno deve sottoporsi a un Rorschach e legge una notizia come questa, magari, comincia a preoccuparsi: “Oddio, e se sbaglio anch’io le risposte? Sarò mica psicopatico anch’io?”.

Tranquilli, dunque, e non preoccupatevi assolutamente di dire le cose “come vanno dette”, perché nel Rorschach non c’è un modo giusto o un modo sbagliato di dire le cose: ditele come preferite. Andranno sempre bene, abbiate fiducia.


“Fai il nostro test di personalità”… e beccati un po’ di pubblicità

31 maggio 2018

Non ne trovavo più in giro, pensavo che avessero smesso di spacciarne dopo il caso Cambridge Analytica, e invece eccolo qua, fresco fresco nella mia email: un bell’invito a sottopormi a un fantomatico test della personalità online. Occasione troppo ghiotta per lasciarla cadere, così mi sacrifico per la scienza e decido di farmi testare cliccando sul link.

Provato per voi

Atterro su una pagina di un noto marchio di abbigliamento. Foto di modella e nuovo invito a fare il test. Primo inghippo: se fosse un vero test dovrei trovare dei riferimenti perlomeno su come si chiami il test (non basta dire genericamente “test di personalità”: ce ne sono tanti!) e chi sia l’autore, ma non trovo nulla di ciò. Devo fidarmi. Però una scritta più in basso, non troppo visibile perché bisogna scorrere in giù con lo schermo, mi dice che così scoprirò il look ideale per la mia personalità. E qui secondo inghippo: è un test di personalità o un modo per avere suggerimenti su come vestire?

Soprassiedo e vado avanti. Clicco su “Inizia il test” e mi compare una serie di foto: raffigurano delle nuvole, per ognuna devo dire a cosa le trovo somiglianti scegliendo fra alcune possibili risposte. Terzo inghippo: se per caso non mi ritrovo nessuna risposta? L’opzione “Non so” non è prevista: devo per forza scegliere. Ma così è intuitivo che, se fosse un vero test, la mia prova verrebbe falsata: posso aver cliccato sulla risposta X sia perché la trovo convincente – e quindi la mia risposta esprimerebbe veramente un mio supposto tratto di personalità – sia perché non trovo nulla di credibile e ne scelgo una a caso, e qui la risposta non esprimerebbe proprio nulla.

Sono “un’inguaribile romantica”. E dovrei vestire a fiori.

Rispondo così come mi viene e alla fine lascio un indirizzo email, senza farlo non posso proseguire. Ultimata l’operazione, mi si apre la pagina in cui trovo l’agognato responso. Che è il seguente:

Sei un’inguaribile romantica, credi che tutte le storie siano destinate a finire con un “e vissero per sempre felici e contenti”. Sensibile e affettuosa, hai un legame profondo con chi ami.

  Un po’ pochino come profilo di personalità, ne converrete. Tutto qui? No:

Un semplice maxi dress mette in luce il tuo lato più spensierato, mentre delicate fantasie floreali aggiungono un pizzico di poesia: ti innamorerai del nostro nuovo abito giallo, il look giusto per “dirlo con i fiori”.

Dopo il testo sul look – che vi faccio notare essere più lungo di quello sulla mia presunta personalità, liquidata in due e due quattro – segue photo gallery con abiti e accessori giusti per la mia “personalità romantica”. Che ovviamente era il vero motivo per cui mi avevano proposto di fare il “test” (che avrete ben capito non essere affatto un test): mostrarmi un po’ di pubblicità sui loro prodotti.

Chi l’avrebbe mai detto, vero?

Perché serviva la mia mail?

O meglio: mostrarmi i loro prodotti era solo uno dei motivi. Perché non avrete certo dimenticato che per avere il responso mi avevano chiesto il mio indirizzo email.

Curiosamente il responso mi arriva identico anche per email: il mio indirizzo a qualcosa gli sta servendo. Mica sarò finita su una mailing list? Torno sul browser, vado nella pagina del mio “profilo di personalità” e clicco, in basso e piccolino piccolino, su “Termini e condizioni”. Scorro il pdf che si apre e alla fine delle 10 pagine scopro che i miei dati saranno usati per comunicazioni pubblicitarie, ricerche di marketing ecc. ecc. e saranno ceduti ad agenzie di spedizione, società di telefonia, società editoriali, agenzie pubblicitarie ecc. ecc.

E anche qui: chi l’avrebbe mai detto.

Pubblicità anima del commercio. Giusto. Ma anche infinocchiare la gente è anima del commercio?

Si può obiettare: dov’è il problema? Un’azienda ha bisogno di farsi pubblicità e non c’è nulla di male nel cercare di convincere le persone a lasciare i loro contatti. Certo, sono d’accordo. E ho sempre detto che non trovo nulla di male nel voler fare questi giochini per passare qualche minuto in relax. Ma c’è un ma: i dati si possono raccogliere in modo trasparente e in modo un po’ meno trasparente. Farlo con promesse di fantomatici profili di personalità spacciando una lista di domande per test psicologico… beh, non è solo poco trasparente: è proprio poco corretto. Cambridge Analytica avrebbe dovuto insegnare qualcosa.

Morale della favola: se siete interessati a fare un vero test di personalità NON fidatevi di internet. E’ molto probabile che si tratti di roba farlocca, ed è molto probabile che il vero scopo di chi li mette online sia di ottenere i vostri dati. Fateli solo se volete divertirvi e siate consapevoli di quel che fate se mettete online le vostre informazioni personali, e prendete questi giochi per quello che sono: un piacevole passatempo e nulla più.

 


Perché (alcuni) psicologi sono così interessati alla tua storia passata

15 maggio 2018

Non è una psico-bufala, è vero: a volte vai da uno psicologo e ti ritrovi davvero a raccontare la tua storia. Parti dal presente, e magari finisci a raccontare di com’eri da bambino. Al punto che la cosa è quasi diventata una gag: “Tanti soldi spesi con uno strizzacervelli per arrivare a capire che alla fine era tutta colpa di…” (completa la frase a tuo piacimento: i tuoi che non ti capivano, i compagni che ti bullizzavano, la maestra che sgridava solo te… ).

In realtà no, parlare della tua storia non è per dirti che se stai male è colpa del tuo passato.

Primo, perché non sempre chi soffre ha un passato doloroso alle spalle: c’è un sacco di gente che ha problemi nel presente ma ha un passato tranquillissimo. Veramente, non per finta (ne ho parlato qui).

Secondo, perché se veramente c’è un passato doloroso da raccontare questo non è la causa delle sofferenze nel presente, ma ne può essere la spiegazione: semplicemente, ragionare sul passato può aiutare a capire meglio perché e da dove sono spuntati i disagi attuali.

A cosa serve ricordarsi del passato?

Ad esempio potrebbe emergere che certi tuoi comportamenti attuali si sono formati come risposta a eventi o situazioni passate, solo che mentre allora erano perfettamente adatti al contesto ora non lo sono più, ma tu continui a riprodurre quei comportamenti oramai anacronistici (dopo di che potrebbe essere interessante capire come mai perduri in questi schemi e cosa ti impedisce di cambiarli).

Quindi uno psicologo non ti chiede la tua storia per dirti che se stai male, poverino, è colpa del tuo passato. Questa è una psico-bufala. Non lo fa neppure per darti un comodo alibi, del tipo “Visto che è tutta colpa del passato oramai non posso più farci niente”. Questa è un’altra psico-bufala. Te la chiede per vedere se nel tuo passato ci siano eventi o situazioni che potrebbero in qualche modo aiutarti a capire come mai sei arrivato ad avere i problemi che hai oggi. E poi aiutarti a sviluppare degli atteggiamenti nuovi, meno dannosi per te e più adatti all’oggi.

Tutti gli psicologi vogliono sapere la tua storia?

C’è dell’altro: non tutti gli psicologi hanno lo stesso interesse per la storia passata dei loro pazienti. Alcuni preferiscono concentrarsi maggiormente sul qui e ora, senza per forza focalizzarsi su quel che veniva prima. Questa psico-bufala dell’ossessione per il passato dei pazienti nasce, come molte altre, dalla confusione tra psicologo e psicoanalista (ne ho parlato qui): è semplicemente una differenza legata ai diversi approcci e alle diverse scuole di riferimento.

Come sempre, se vuoi sapere come si comporta al riguardo lo psicologo a cui pensi di rivolgerti basta chiederglielo. Non esistono domande stupide, e non c’è da sentirsi stupidi a voler sapere: come dico sempre, uno non è tenuto a sapere come funziona il mio lavoro (a meno che non sia un mio collega). Quindi se hai domande da fare, semplicemente falle: ne hai tutto il diritto.

 

 


Analisi di borsa

24 aprile 2018

Ci risiamo con un classico delle psico-bufale: l’analisi completa della personalità grazie a un dettaglio marginale. Che sia la tua preferenza per il tipo di pizza, gelato o cioccolato o il tuo livello di attività su Facebook, che si tratti del modo in cui fumi o del tuo modello preferito di scarpe… non si scappa: il mondo è pieno di sedicenti esperti che grazie a un piccolo, singolo, minimo particolare dei tuoi comportamenti ti svela i meandri più reconditi del tuo carattere. Stavolta tocca alla borsa: dimmi come la porti e ti scodello, caldo caldo, il profilo espresso della tua personalità.

Ma vediamo un po’ più nei dettagli questo ennesimo esempio di pseudo-diagnosi.

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