La “sindrome di Burnò”?

9 giugno 2016

Per questo post mi spiace ma devo partire da una notizia luttuosa: la morte dell’ex allenatore della squadra tedesca del Bayer Leverkusen, Sascha Lewandowski. Ne stanno parlando un po’ ovunque perché il fatto è recente. Ne ha parlato fra gli altri anche un tg, qui il video (la notizia arriva a 25’50”).

Fatto salvo il dispiacere per il fatto in sé e per il possibile retroscena, che rende la cosa se possibile ancor più triste (qualcuno sospetta un suicidio), quando ho sentito la tv sono rimasta per un po’ a interrogarmi su cosa fosse questa fantomatica “malattia da stress di origine nervosa” di cui lo sfortunato Lewandowski avrebbe sofferto: secondo la giornalista, infatti, egli era affetto dalla “Sindrome di Burnò”.  Un rapido ripasso della nosografia clinica a me nota non ha dato frutti. Poi mi è venuto un sospetto, confermato quando ho trovato il testo della notizia sul sito della Gazzetta, identico (immagino dipenda dal fatto che avranno usato come fonte la stessa notizia d’agenzia).

Questo famigerato “Burnò” non era un medico francese che aveva dato il nome a una malattia a me sconosciuta, ma più banalmente il “burnout” (o anche staccato: “burn-out” con o senza trattino). Si tratta di un fenomeno purtroppo ben noto perché molto frequente in chi svolge mestieri ad alto tasso di pressione emotiva, in cui il carico psicologico è tanto intenso da esporre al rischio di un grave logoramento psichico. Un tempo se ne parlava esclusivamente a proposito delle cosiddette professioni di aiuto (medici, assistenti sociali, insegnanti, psicologi, ecc.) ma poco per volta il concetto si è andato allargando e oramai non è raro usare questa terminologia a proposito di qualsiasi tipo di lavoro.

Un piccolo appunto alla pronuncia, che in questo caso non è una pedanteria perché è proprio a causa della pronuncia sbagliata che non si arrivava a capo di nulla: siccome, come dicevo, “burn-out” non è una parola francese ma inglese, se la pronunciate “burnò” costringerete il vostro interlocutore a lambiccarsi il cervello, come ho fatto io, per capire cosa diavolo sia questa sconosciuta sindrome. Pronunciatela correttamente, all’inglese: “burn (dove la u prende quel suono indistinto che sta a metà fra a-e-o) aut” e sarete compresi immediatamente.

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Training autogeno per il ballottaggio? Non sarebbe male… se fosse davvero training autogeno

8 giugno 2016

Per prima cosa una doverosa spiegazione a chi si chiedeva dove fossi finita dall’ultimo post, che risale a quasi un anno fa: sto lavorando a un’idea che, in modo del tutto imprevisto, mi sta richiedendo più tempo e attenzione di quanto pensassi. E siccome faccio tutto nei ritagli di tempo e il giorno ha 24 ore… ahimé, devo fare delle scelte, mio malgrado: chiedo venia. E colgo l’occasione di un articolo trovato sull’Huffington Post di ieri per rinfrescare questo blog, visto che di psico-bufale (e in questo caso anche di psico-false friends) ne continuo a vedere.

Prima di proseguire, DISCLAIMER: l’articolo che analizzerò parla di elezioni amministrative e in particolare si occupa di un preciso candidato. Questo non significa nulla riguardo alle mie idee politiche. Avrei scritto lo stesso post, identico, se si fosse parlato di qualsiasi altro candidato e di qualsiasi altro schieramento.

Il “training autogeno” del politico

Titola, dunque, l’articolo: “Training autogeno per Giachetti al Nazareno”. Butto l’occhio distrattamente qua e là sul testo, a casaccio, senza leggerlo con attenzione, e vedo che il termine ricorre nuovamente nella chiusa del pezzo: “Si comincia oggi. Al Nazareno. Prima lezione di training autogeno per Giachetti”. A questo punto, poiché l’espressione “training autogeno” fa parte del lessico psicologico, mi incuriosisco e leggo l’intero pezzo, piuttosto incredula (Giachetti che pratica il training autogeno? Assieme ai compagni di partito? Ma davvero? E in ogni caso… perché dovrebbe fare notizia? Magari è un pezzo di colore per alleggerire un po’, chissà…).

“Training autogeno” non significa “esercitazione”

Beh, temo che ci sia da mettere qualche puntino sulle i: qui il training autogeno non c’entra proprio niente! Secondo me hanno semplicemente usato questo termine pensando che fosse un modo alternativo per dire “esercitazione”, “allenamento” o qualcosa di simile.

Quel che l’articolo infatti annuncia è che ci sarà una riunione del partito con il suo candidato per fare un bilancio del primo turno e per sviluppare la strategia in vista del ballottaggio: “La riunione di oggi, a due giorni dal primo turno delle amministrative, serve da training per Giachetti”. Ecco, appunto: “training”. Che non equivale affatto a “training autogeno”!

A questo punto, allora, due parole di spiegazione su cosa sia il training autogeno per far capire le differenze.

Cos’è il training autogeno, veramente?

Il training autogeno è una tecnica di rilassamento. Fu inventato negli anni trenta del secolo scorso da un medico tedesco, Johannes Heinrich Schultz. Consiste di una serie di esercizi che si eseguono in sequenza e che realizzano una condizione di rilassatezza psicofisica sempre più profonda, partendo dal presupposto che rilassando il corpo anche la mente lo seguirà. Qualcuno, a cominciare dallo stesso Schultz, ha trovato alcune interessanti analogie fra questa tecnica e lo yoga, che pur restando discipline assai lontane qualche punto di contatto comunque possono averlo. Non a caso Schultz, nei due tomi in cui descrive la sua tecnica, dedica un capitolo specificamente al rapporto fra training autogeno e yoga (per i più curiosi: “Il training autogeno”,  ed. italiana Feltrinelli, collana “Campi del sapere”, vol. II, pp. 530 e seguenti).

Perché il training autogeno ha questa strana denominazione? Beh, “training” è abbastanza intuitivo: si tratta di un allenamento, e in effetti chi lo pratica se ne impadronisce poco per volta, con l’esercizio costante. “Autogeno” significa che è il soggetto stesso a procurarselo, e questa è secondo me la parte più affascinante: non c’è bisogno di nessun’altra persona, è il soggetto stesso ad attuarlo. La presenza di un’altra persona, che conosca la tecnica, può essere utile per imparare e per approfondire eventuali aspetti particolari (ad esempio per analizzare le reazioni che si possono avere a un dato esercizio o per capire come adattare la tecnica a situazioni specifiche); ma, teoricamente, i rudimenti si possono imparare con facilità anche da soli: si trovano in giro maree di libri, siti, tutorial e chi più ne ha più ne metta. Googlate e vedrete.

Capirete quindi bene che, se voglio dire che un partito organizza un incontro in cui si farà il punto della situazione e ci si organizzerà per il da farsi, non posso proprio parlare di “training autogeno”. A meno che nel programma non sia prevista una bella sessione di esercizi di rilassamento. Che fra l’altro non ci stanno neppure male quando uno sta affrontando un periodo un po’ teso, ma non credo che rientrassero nell’ordine del giorno.


“Iperattivi su FB = poca autostima” ?!?

6 luglio 2015

Uno degli indizi che mi fanno fiutare una psico-bufala è quando mi imbatto in un articolo con un titolo drastico, di quelli del tipo “Fai questo? Allora sei così”. Perché le persone sono esseri complessi, e decidere come sono fatte in base a un singolo indizio è veramente impensabile. Così quando l’altro giorno mi è capitato sottomano un pezzo dal titolo “Iperattivi su Facebook? Avete poca autostima” mi è suonato l’allarme.

Perché mai se uno è iperattivo su FB avrebbe poca autostima?

Non che ci volesse una laurea per vedere che qualcosa non filava, bastava il caro vecchio buonsenso: su FB si può essere iperattivi per tante ragioni con le quali la scarsa autostima ha poco a che fare. Ad esempio: potrei avere aperto una pagina in cui carico molto materiale utile e scrivo molti post interessanti (parlo in via puramente teorica, visto che io non ho un profilo FB). Il che non necessariamente avrebbe a che vedere con una bassa autostima: potrei, certo, essere anche uno con poca autostima, ma non è mica detto. In aggiunta: pubblicare contenuti di qualità potrebbe farmi ricevere moltissimi commenti, il che mi porterebbe a voler rispondere in qualche modo ai lettori. Nuovamente questo non avrebbe per forza legami con il mio livello di autostima: potrebbe, semplicemente, essere segno di buona educazione. E, anzi, ricevere molti buoni commenti potrebbe aiutarmi a consolidare la mia autostima anziché segnalarne un basso livello.

Insomma, già dal titolo mi era venuta voglia di capire meglio. Così sono andata a leggere l’articolo, che nelle prime righe ribadisce il concetto: una ricerca dimostrerebbe che “chi non riesce a fare a meno di aggiornare compulsivamente il proprio profilo virtuale ha un livello di autostima inferiore alla media”. Il mio scetticismo è aumentato. Per fortuna nel testo c’era qualche riferimento in base a cui si arrivava allo studio originario (chi fosse interessato lo trova qui). Come pensavo: non dice nulla di quel che l’articolo sostiene.

La ricerca originale: cosa dice?

Le autrici della ricerca in realtà sono partite da una domanda diversa: forse che a particolari aspetti della personalità corrispondono differenti modi di aggiornare lo status di FB? Per esempio: non sarà che chi ha un narcisismo pronunciato aggiorna FB in modo diverso da chi ha una forte estroversione? E che chi presenta una spiccata coscienziosità lo fa in modo ancora diverso? E così via.

Benissimo: le autrici hanno visto che probabilmente (occhio all’avverbio) qualche legame c’è, anche se non tutte le ipotesi che avevano fatto sono state confermate. In particolare: chi ha una marcata estroversione sembra aggiornare prevalentemente su attività sociali e vita quotidiana; chi ha una forte apertura mentale propenderebbe più per aggiornamenti su temi intellettuali e per la condivisione di informazioni; chi ha un basso livello di autostima parrebbe aggiornare soprattutto sulla relazione con il partner; chi ha un forte narcisismo sembra più portato di altri a dare aggiornamenti su argomenti come qualche importante risultato conseguito, una dieta che si sta seguendo o la propria attività fisica.

I limiti della ricerca

Ho usato qualche riga sopra l’avverbio “probabilmente”: infatti questi risultati sono ben lontani dall’essere assolutamente certi. Come le stesse ricercatrici avvertono, il lavoro ha una serie di grossi limiti di cui va tenuto conto: primo fra tutti il fatto che le informazioni raccolte erano fornite direttamente dai soggetti, e quindi non abbiamo garanzie che siano state fornite in modo attendibile perché le persone potrebbero avere alterato, volutamente o meno, le loro descrizioni esagerando certi elementi e attenuandone altri. Quindi siamo di fronte a una indagine magari interessante ma di sicuro non da prendere come oro colato. E siamo molto lontani dal titolo semplificante e drastico dell’articolo iniziale.

E dove sarebbe questo “aggiornamento compulsivo di FB”?

Resta poi il fatto che niente in questa ricerca parla di fantomatici “aggiornamenti compulsivi di FB”, né tantomeno li lega ai livelli di autostima. Purtroppo bisogna concludere che il titolo dell’articolo è decisamente fuorviante. Cosa ancor più curiosa: il testo dell’articolo poi proseguiva esattamente descrivendo la ricerca vera e propria. Facendo, quindi, a pugni con il titolo stesso, col quale non aveva alcuna connessione.

 


A settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale

8 maggio 2015

Settant’anni fa si concludeva la seconda guerra mondiale con la resa della Germania nazista (per i più curiosi: questo breve filmato mostra il momento della firma; qui invece trovate il pdf del documento originale). E’ l’occasione giusta per esaminare una psico-bufala storica, che anche se non riguarda direttamente il nostro presente ha comunque molto da insegnarci anche oggi: l’idea che i nazisti fossero un manipolo di persone affette da gravissimi disturbi mentali e che siano stati proprio questi disturbi clinici a portarli a commettere le atrocità di cui la storia ci narra.

Questa in effetti era un’idea molto forte nella pubblica opinione fin dal termine della guerra. Ma a smontarla furono alcuni esperimenti oramai divenuti storici in psicologia: in particolare quello di Stanley Milgram e quello di Philip Zimbardo. Nonché una serie di protocolli Rorschach di importanza epocale.

Milgram: fin dove si può arrivare in nome dell’obbedienza?

Il nome dello statunitense Milgram resta legato a un celeberrimo – e inquietante – esperimento condotto negli anni Sessanta. Immaginate di essere uno dei partecipanti a questo esperimento: venite portati in un laboratorio in cui un signore con un camice vi spiega che stanno conducendo delle ricerche sulla memoria. Voi dovete leggere una lista di parole attraverso un microfono a un soggetto che sta in una stanza attigua; costui deve ripeterle nello stesso ordine. Il vostro “allievo” però è collegato a un dispositivo che gli può dare una scossa elettrica: sarete voi a fare questo, per “punirlo”, schiacciando una levetta tutte le volte che l’allievo dovesse sbagliare a ripetere la lista. Ora, il fatto è che le levette davanti a voi sono tante, e da come sono etichettate capite che vanno dall’infliggere una scossa lieve a una estremamente forte, con pericoli gravissimi per la salute. A ogni successivo errore del vostro allievo voi dovrete punirlo con una scossa sempre più forte. L’uomo in camice resta con voi per controllare che l’esperimento proceda regolarmente.

Comincia la prova, arrivano i primi errori e voi cominciate a punire l’allievo. Quando le scosse si fanno più forti, però, costui comincia a lamentarsi. Se voi, come vi viene detto, proseguite, i lamenti si fanno ancora più forti e l’allievo chiede di smettere la prova perché la punizione è troppo dolorosa. L’uomo in camice però dice di continuare, la procedura va seguita e la responsabilità di quanto accade se la prende lui. Voi siete sempre più in imbarazzo. Se andate avanti, arrivate a un punto in cui non sentite più nessun lamento. L’uomo in camice insiste, l’esperimento va portato fino in fondo. Proseguite? Vi ribellate e interrompete l’esercitazione?

Colpo di scena (per fortuna)

Voi non lo sapete, ma era tutta una messinscena. Il soggetto su cui verteva l’esperimento non era il vostro “allievo” (che era in realtà un membro dello staff) ma… voi. La macchina con le levette che azionavate non infliggeva nessuna scossa. La prova non serviva a studiare la memoria ma a vedere la vostra reazione.

A freddo diciamo tutti che ci ribelleremmo, ma…

Credo che chiunque, sentendo questo racconto, direbbe: “Scherziamo? Appena l’allievo dice che vuole smettere io mi fermo, anche se mi dicono di continuare!”. E invece la maggior parte dei soggetti, pur mostrando una tensione estrema, non riesce a ribellarsi agli ordini e va fino in fondo. Pochi sono quelli che si impuntano e dicono basta.

Questo esperimento è stato ripetuto svariate volte e il risultato è sempre stato lo stesso: può variare il numero di persone che obbediscono al comando e di quelle che si ribellano, ma la sostanza rimane che molte persone, in una situazione di sottomissione a quella che percepiscono come una autorità superiore, accondiscendono a commettere violenze che, in un contesto più neutro, mai accetterebbero di mettere in atto.

(Per chi vuole saperne di più: qui trovate un filmato in cui lo stesso Milgram racconta del suo esperimento; qui invece trovate un documentario francese con la riedizione della stessa prova ai giorni nostri stavolta ambientata in un finto gioco televisivo, ne avevo già parlato a suo tempo quando passò in TV).

Zimbardo: quando la finzione prende la mano

L’altro esperimento che di solito viene ricordato assieme a quello di Milgram, risalente agli anni Settanta, è quello di Philip Zimbardo, anche lui statunitense ma di origini italiane. E’ solitamente ricordato come “The Stanford Experiment” o “The Stanford Prison Experiment” (l’esperimento carcerario di Stanford). Anche questo descrive in modo realistico e drammatico i livelli a cui l’essere umano può spingersi se si verificano determinate condizioni ambientali.

Zimbardo prese un certo numero di volontari, studenti dell’università di Stanford in cui insegnava, e li divise in due gruppi: le “guardie” e i “prigionieri”.  Ognuno dei due gruppi fu dotato di tutti gli elementi per entrare nel ruolo: le guardie avevano una divisa kaki, degli occhiali a specchio, un manganello, un fischietto; i detenuti avevano una catena alla caviglia, vestiti scomodi e rudimentali e un numero applicato sul petto. Il seminterrato dell’università venne trasformato per renderlo il più possibile simile a un carcere. Gli studenti vennero portati in questo “carcere” e alle “guardie” fu detto che avevano ampi poteri per mantenere l’ordine e per infondere nei “detenuti” la sensazione di essere in loro totale balìa, anche se non dovevano in alcun modo usare violenza fisica. Le guardie non dovevano mai chiamare i detenuti per nome ma solo con il numero che avevano sul petto.

Doveva durare due settimane…

Alla data stabilita, i detenuti furono portati nella finta prigione e iniziò l’esperimento che doveva andare avanti notte e giorno, senza interruzione. Il primo giorno non accadde nulla di rilevante, ma fin dal secondo giorno ci furono rivolte fra i prigionieri, a cui le guardie decisero di reagire creando una divisione tra i detenuti: chi non partecipava alle rivolte poteva godere di una serie di privilegi come ad esempio un pasto migliore. Al terzo giorno uno dei detenuti diede segni di agitazione estrema. Zimbardo, convinto inizialmente che fosse tutta finzione, si rese poi conto che il ragazzo stava realmente male e decise di farlo uscire dall’esperimento. Il comportamento delle guardie intanto diventava sempre più crudele e vessatorio, con punizioni quali privare dei materassi quelli che si comportavano male, costringerli a denudarsi, mettere in isolamento e al buio chi faceva lo sciopero della fame ecc.

L’esperimento doveva durare due settimane: il comportamento delle guardie arrivò a punte così estreme di crudeltà che fu chiuso al sesto giorno. Non credo che nessuno si aspettasse un esito tanto drammatico, e Zimbardo finì per confermare quel che aveva già osservato Milgram: l’obbedienza all’autorità può essere tanto stringente da indurre persone anche del tutto “normali” a commettere azioni efferate.

(Se volete saperne di più, qui trovate un video con riprese originali dell’esperimento; qui invece c’è un intero sito dedicato, con una dettagliatissima documentazione e l’introduzione dello stesso Zimbardo).

Norimberga: i gerarchi nazisti sottoposti al Rorschach

Un po’ meno noto, rispetto ai due esperimenti di cui ho parlato ora, è il fatto che tutti i gerarchi nazisti che furono incarcerati a Norimberga vennero sottoposti alla prova di Rorschach, sempre il classico e famoso test delle macchie di cui tanto spesso mi succede di parlare. L’obiettivo era molto pratico: bisognava essere sicuri che gli imputati fossero nelle condizioni psichiche almeno minime per sostenere il processo e il Rorschach, assieme ad altre osservazioni, doveva servire proprio a questo. Ma era inevitabile che sul materiale raccolto si sarebbero ben presto addensate le curiosità di chi voleva capire qualcosa di più delle personalità di gente che aveva commesso azioni di una crudeltà inimmaginabile. L’idea, e probabilmente anche la speranza, era che emergessero dei tratti patologici caratteristici o perlomeno che venisse fuori una “tipica personalità nazista”. Il perché è presto detto: se i nazisti si fossero rivelati persone del tutto comuni, allora la domanda sul perché era successo tutto quel che era successo restava senza risposta. E soprattutto apriva la strada alla possibilità che, quindi, tutto potesse benissimo ripetersi e che tutto potesse nuovamente capitare, anche nelle persone più miti e ordinarie.

Un materiale che scotta

La storia di questi referti comunque fu molto tormentata. Per prima cosa i protocolli non erano stati raccolti secondo standard troppo rigorosi, per cui i dati che ne risultavano potevano non essere del tutto precisi. Un primo tentativo alla fine degli anni Quaranta di sottoporli a un pool di esperti dell’epoca, che avrebbero dovuto esaminarli ognuno per conto suo, fallì: nessuno si rese disponibile. Forse gli studiosi avevano voluto prendere le distanze da un materiale che ritenevano troppo scottante, oppure più prosaicamente avevano avuto troppo poco tempo a disposizione (il materiale avrebbe dovuto essere presentato in una conferenza internazionale che si sarebbe svolta di lì a poche settimane, e analizzare un protocollo Rorschach richiede moltissimo tempo). Fatto sta che non se ne fece nulla. Poi subentrarono divergenze fra i due principali esaminatori, ognuno dei quali pretendeva di avere la priorità per farne una pubblicazione. Fatto sta che ci volle molto tempo perché il tutto fosse finalmente reso noto, in un libro del 1995 che si intitola “The Quest For The Nazi Personality” (non mi risulta ci siano versioni italiane, ma si potrebbe tradurre più o meno come “alla ricerca della personalità nazista”). Ancora una volta i dati, compatibilmente con i limiti di cui parlavo poche righe prima, mostravano di andare nella stessa direzione di Milgram e Zimbardo: era impossibile associare i crimini nazisti a quadri psicopatologici precisi, o a tipi di carattere particolari. Il che conferma quanto sia Milgram che Zimbardo provavano, ovvero che il contesto ha un potere molto forte sulle persone, tanto da portare anche individui miti e pacifici a commettere azioni che, a freddo, non accetterebbero mai di commettere.

(Per saperne di più, qui trovate un’intervista a Eric Zillmer, uno degli autori del libro, e qui c’è un articolo della American Psychological Association sullo stesso argomento).


Il “Rorschach” di Arisa (occhio alle le virgolette)

19 febbraio 2015

E’ una maledizione. Quando ormai penso che l’argomento “test farlocchi” sia stato ampiamente trattato e oramai credo che non salteranno più fuori esempi degni di essere menzionati vengo smentita in un batter d’occhio. E così eccoci qua, nuovamente, a parlare di come si può maltrattare il test di Rorschach. Stavolta è successo alle “Invasioni Barbariche” sulla 7.

Il Rorschach non funziona così

Più sotto trovate il link al filmato, ma una cosa la dico fin da subito: con buona pace della conduttrice e con il massimo rispetto per lei, quel che ha fatto con Arisa è stato semplicemente farle vedere dei fogli con delle macchie.

Poteva limitarsi a dirle qualcosa del tipo: “Guarda, facciamo un gioco ispirato al test di Rorschach, io ti mostro delle macchie e tu mi dici cosa ci vedi” e non ci sarebbe stato nulla da dire. Ma lei lo chiama proprio “test di Rorschach”: e questo è un errore (ovviamente commesso in buona fede), il Rorschach non funziona così e i risultati che ne emergono sono assolutamente inattendibili perché se non si rispettano tutti i requisiti necessari la prova non ha alcun valore.

Guarda Arisa mentre si sottopone – lei crede – al “test di Rorschach”

Cosa non va in questo “test”?

Primo: la prova deve svolgersi in un contesto il più possibile rilassato. Probabilmente una trasmissione televisiva non è l’ideale sotto questo aspetto. Magari Arisa potrebbe dire che non sentiva minimamente la tensione e che la presenza del pubblico non la imbarazzava: restano comunque tutti gli altri punti deboli che leggete qui sotto.

Secondo: ad Arisa vengono date tre tavole. In realtà le tavole del test non sono tre. Inoltre si capisce bene che il materiale su cui sono stampate le macchie non è adatto, i fogli sono troppo flessibili. Anche questo particolare, per quanto possa sembrare strano, è rilevante per somministrare il test correttamente.

Terzo: la consegna è troppo assillante. Arisa a un certo punto non sa più cosa dire e la Bignardi la incalza, sbagliando. Se Arisa non ha più nulla da dire va bene così.

Quarto: durante la prova si devono evitare tutti gli elementi che possono interferire con la concentrazione del soggetto. I commenti della conduttrice, le sue domande aggiuntive di approfondimento, le risate del pubblico, gli applausi sono tutte interferenze: come tali compromettono la prova.

Quinto: la Bignardi a ogni tavola fornisce un’analisi delle risposte date. In realtà l’interpretazione non arriva a ogni tavola ma solo dopo aver concluso completamente il test, e neppure immediatamente: le risposte vanno prima elaborate, è assolutamente impossibile ottenere dei risultati nel giro di pochi secondi.

Sesto: le considerazioni “questa è la tavola che esplora la caratteristica X, questa tavola invece è per la caratteristica Y” sono infondate. Non c’è una tavola specifica e distinta per ogni tratto di carattere, la personalità emerge dall’analisi globale delle risposte.

Niente spoiler, mi fermo qui

A questo punto vorrei aggiungere moltissimi altri particolari, anche piuttosto vistosi, ma devo fermarmi: rischio di rovinare la festa a chi deve sottoporsi davvero al test. Infatti l’ideale, per non falsare i risultati, è che le persone possano avere tutte le informazioni solo al momento esatto della prova (ebbene sì, anche per i test possono esserci gli spoiler). Dunque mi arresto, ribadendo che se dovete fare un Rorschach non vi succederà di sicuro di farlo davanti a un pubblico che vi osserva, con l’esaminatore che vi scodella le interpretazioni man mano che procedete con le tavole e che fa commenti su quel che vedete. Ah, visto che il test dura di più di quel che si vede nel video mettete anche in conto che vi serviranno sicuramente più di due – tre minuti.

 


Ancora sul (presunto) legame fra depressione e infanticidio

3 febbraio 2015

Vorrei segnalare questo articolo del Fatto Quotidiano che parla di depressione post- partum: oltre a offrire un sacco di informazioni utili e chiare esso contribuisce a sfatare alcune psico-bufale diffuse. Prima fra tutte quella, insidiosissima, secondo cui la donna che soffre di depressione post- partum sarebbe a rischio di commettere un infanticidio. In realtà questi eventi luttuosi, spesso portati alla ribalta da fatti di cronaca cui si dà un grande rilievo, sono legati a problemi psichici di tutt’altra natura e nulla hanno a che vedere con la depressione. Come si legge nel testo:

L’infanticidio, invece, dipende da cause diverse. Non c’entra con la depressione, ha a che fare con disturbi deliranti o altre psicopatologie più gravi.

Sbagliato, quindi, e anche pericoloso commentare eventi tragici di questo tipo con frasi quali “probabilmente la madre era depressa”. Pensate solo a come debbono sentirsi quelle donne che stanno affrontando una depressione e che già lottano con una situazione delicata e complessa quando leggono affermazioni simili.

Fa pensare anche il dibattito che si va sviluppando fra i lettori: più di uno sostiene che la depressione è una patologia inventata a scopi commerciali o comunque è un fenomeno tutto sommato affrontabile con un po’ di pazienza e di buona volontà. Da un lato bisogna dire che probabilmente chi scrive cose di questo tipo non ha mai sofferto di depressione né ha mai avuto a che fare con qualcuno che ne soffrisse, e questa è senz’altro una bella cosa per lui o lei; purtroppo però osservazioni come queste possono peggiorare ulteriormente lo stato d’animo di chi realmente soffre di depressione, che può così sentirsi ancor peggio perché non riesce a “tirarsi su” con le sue sole forze. In realtà quando c’è una vera e propria depressione la sola forza di volontà, che pure è indispensabile, non è sufficiente: e non è colpa di nessuno, men che meno di chi soffre.

C’è ancora un po’ di strada da fare, insomma, ma il buono è che le informazioni e la sensibilità sui disagi psichici sono oggi molto più marcate che un tempo e questo, senza cadere nel rischio opposto di definire “depressione” qualsiasi disagio esistenziale, fa ben sperare.


Prima di spendere 3,59 euro per fare un finto test di Rorschach, leggete qui

22 dicembre 2014

Sto latitando da qualche tempo perché sto lavorando a una cosa che spero di mettere presto online, ma non posso non prendermi cinque minuti per segnalare l’ennesimo test di Rorschach farlocco che gira in rete. Sulle prime avrei anche lasciato perdere perché pensavo che sarei risultata monotona (non è la prima volta che parlo di questo argomento), ma poi ho visto che stavolta si tratta pure di roba a pagamento, per giunta segnalata da un sito di un quotidiano di grande diffusione, il che potrebbe contribuire a darle un certo alone di serietà. Dunque mi sembra opportuno mettere sull’avviso chi decidesse di procedere all’acquisto.

 

Fatti da solo il tuo Rorschach! (Sì, come no)

Il fatto è il seguente: a questo link Repubblica presenta una foto gallery su alcune app di argomento psicologico, fra cui una app che si chiama “Psyc Explorer”. Ed è qui che casca l’asino: nella foto 1 viene presentata la app, che Repubblica commenta con la didascalia “Con Psyc Explorer il test delle macchie di Rorschach può essere fatto comodamente sul tablet”. Già qui non ci siamo, perché – come spesso ho ribadito – il test di Rorschach è impossibile farselo da soli e men che meno si può fare su tablet, computer o smartphone. Ci vuole un esaminatore in carne e ossa sia per somministrarlo che per interpretarlo.

 

Tutta roba originale! (Sì, come no)

Ma c’è di peggio: la foto 2, con la didascalia che recita nuovamente “Psyc Explorer”, presenta una macchia in bianco e nero e la dicitura “Rorschach test – what do you see?” (la foto è tratta dagli screenshot di presentazione della app su iTunes, visibili qui).  Il fatto è che le macchie di Rorschach non hanno nulla, proprio nulla a che vedere con quella macchia. Un Rorschach non si fa prendendo dell’inchiostro e lasciandolo sgocciolare a caso su un foglio: per farlo ci sono alcune macchie standard, sempre e solo quelle, e su quelle le persone danno le loro risposte. Ma quella presentata nella foto non fa assolutamente parte delle macchie “vere”. Conclusione: con questa app uno pensa di fare un Rorschach e di avere dei risultati attendibili sulla sua personalità quando ha in mano il nulla più totale.

 

Cosa saranno mai 3,59 euro per tutto questo bendidio? (Sì, come no)

E non finisce qui. Benissimo, mi dico, andiamo fino in fondo e vediamo qualcosa di più di questa mirabolante app: scarichiamola sul tablet. Sorpresa: è pure a pagamento. Morale della favola, per potermi fare un test farlocco con del materiale che non ha nulla a che vedere con quello reale del test vero avrei pure dovuto spendere 3,59 euro. Beh, penso che capirete perché mi sono rifiutata di scaricarla.

Che posso dire allora se non: tenete a mente questo post prima di spendere i vostri soldi. Nel frattempo io mando una segnalazione a Repubblica: di sicuro chi ha preparato la gallery è in buona fede e non ha minimamente sospettato la fregatura, ma sta di fatto che se la app veramente fa quel che dichiara di fare è solo un sistema per spillare soldi in maniera truffaldina.

 

 


Le parole sono importanti. In certi casi, ancor di più

17 ottobre 2014

Era già da un po’ che volevo dedicare qualche riga a un argomento delicato: il suicidio. Su questo tema ci sono alcune psico-bufale assai fuorvianti e pericolose, aggravate dal fatto che il soggetto è di quelli che non si affrontano volentieri e su cui spesso le persone tendono – comprensibilmente – a glissare. Approfitto quindi di un servizio che ho sentito di recente su un tg nazionale per esaminarne alcune.

Tacere è la migliore strategia?

Probabilmente la prima psico-bufala è questa (al servizio del tg ci arrivo fra un attimo): parlare di suicidio rischierebbe di “suggerirlo” a qualche soggetto particolarmente a rischio, dunque meglio evitare l’argomento. Ebbene, le cose non stanno così: chi è a rischio sta soffrendo già di suo e il silenzio non lo aiuta, piuttosto rischia di farlo sentire ancor più solo con la sua sofferenza. Non parlare di suicidio può levare dall’imbarazzo chi trova troppo doloroso toccare l’argomento, e ciò è umano; ma bisogna sapere con chiarezza che per le persone a rischio il silenzio non è la strategia più utile.

In qualunque modo, basta che se ne parli?

Qui però bisogna prestare attenzione alla seconda psico-bufala, altrettanto pericolosa: l’idea che allora, se parlarne è meglio che tacere, vada bene farlo in qualsiasi modo, basta che si dica qualcosa. Non è così. Ed è qui che entra in gioco il tg che ho sentito, perché il “come parlarne” tocca inevitabilmente anche il modo con cui le notizie vengono date dai mezzi d’informazione.

Il fatto di cui si occupava il servizio era un omicidio-suicidio, di cui non riferisco i dettagli perché non servono a nulla ai fini di questo post. Un’unica cosa riporto: secondo chi ha redatto il pezzo, il gesto sarebbe stato “un estremo gesto d’amore”. Un commento certamente a effetto, ciliegina sulla torta di tutta una ricostruzione che spingeva molto sull’emotività (musica triste di sottofondo, descrizione dettagliata dei protagonisti della storia e dei difficili momenti che stavano attraversando, testimonianza di conoscenti…). Tutto molto scenografico, tutto molto “forte” e di sicuro impatto emotivo, ma, psicologicamente parlando, tutto molto poco opportuno.

Come, allora?

Se infatti si vuole prevenire ogni possibile effetto di emulazione, la letteratura concorda sul fatto che le notizie di suicidi è meglio darle evitando ogni spettacolarizzazione e rifuggendo ogni accento drammatico e “romantico”. Si dirà: ma si potrà mai evitare di drammatizzare di una notizia che è già di suo drammatica? La risposta è sì: sta tutto nel “come”, nelle parole usate, nelle immagini, nel tono di chi legge il testo.

E’ a questo infatti che bisogna prestare attenzione. Romanzare il fatto, accompagnarlo con musiche struggenti, commentarlo come un “gesto d’amore” o in altri modi che possano suggerirne un aspetto nobile o eroico, darne tutti i più piccoli dettagli (come è stato fatto, fra gli altri casi, in occasione del recente suicidio dell’attore Robin Williams), documentare con immagini il luogo in cui l’evento è accaduto (come nel servizio che ho visto in tv, addirittura con riprese in soggettiva del luogo in cui il fatto era stato commesso)… ecco, queste sono esattamente le scelte peggiori perché sollecitano molto il versante emotivo. E’ questo infatti, e non la comunicazione del fatto in sé, che va tenuto sotto controllo.

Le parole sono importanti. Mai come in questi casi

Dunque nessun tabù sul tema: semplicemente grande attenzione a usare toni moderati, neutri, non enfatici. E’ bene per questo prestare attenzione anche alle singole parole: qualche autore mette ad esempio in guardia dall’usare il verbo “commettere” per parlare di un suicidio, perché ciò potrebbe associarlo all’idea di “fatto criminoso”; sarebbe bene poi, per quanto possibile, evitare la parola “suicidio” nei titoli dei giornali usandola solo nel testo dell’articolo; ancora, qualcuno suggerisce di usare, al posto di “suicidato”, l’espressione “morto per suicidio”. Meglio poi non dare troppo spazio alla notizia nei giornali, evitando di collocarla in spazi della pagina dove avrebbe troppa visibilità. Possibilmente si dovrebbe anche evitare di dare particolari come i nomi e le foto dei protagonisti (esattamente il contrario di quel che ha fatto, riguardo alla notizia di cui parlavo, un giornale locale che viene mostrato nelle riprese: addirittura due pagine intere dedicate alla vicenda, con tanto di foto, nomi e cognomi, racconti della vita dei protagonisti e testimonianze accorate di chi li conosceva bene).

Risorse e approfondimenti

Dove cercare, allora, per saperne un po’ di più? E dove si può affrontare l’argomento se si sente il desiderio di farlo?

Innanzi tutto ci sono in rete alcune risorse che offrono documentazione sul suicidio e contatti per un sostegno a chi si sente a rischio. Un primo esempio è il sito della giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Un’altra possibilità sono i forum di aiuto reciproco: qui ne trovate uno.

Riguardo al tema “suicidio e mezzi di comunicazione” si può vedere un articolo recentissimo intitolato “Il suicidio attraverso i media” di Mauro Zamberlan, contenuto nella rivista PdE – Psicologia dell’Emergenza (numero 34 – settembre 2014, disponibile in abbonamento gratuito a questo indirizzo).

Sempre su questo tema si può anche consultare anche questa pagina della collega Giulia Ponzellini.

Riguardo poi all’argomento, ancor più delicato, del suicidio in adolescenza si può leggere “Prevenzione del suicidio nell’adolescenza – Interventi nella scuola” di Scott Poland, ed. Erickson (libro non recentissimo, essendo del 1989, ma chiaro e ricco di spunti utili e concreti).

 


Per avere successo bisogna essere… matti?!?

27 agosto 2014

C’è uno psicologo inglese che si chiama Kevin Dutton. Ha scritto un libro in cui sostiene una tesi che ha avuto una certa risonanza nei media, di sicuro anche grazie a una buona strategia di marketing: l’avere qualche tratto da psicopatico renderebbe più facile diventare persone di successo. Un paio di giorni fa mi arriva una mail di un lettore che mi chiede: è vera questa storia o è tutta fuffa? Siamo insomma davanti all’ennesima psico-bufala, messa in giro magari per generare un po’ di traffico?

Mettiamola così: in quel che dice Dutton c’è un fondo di verosimiglianza (che ora vedremo), ma come spesso accade il castello di considerazioni che gli è stato costruito addosso lascia un po’ a desiderare.

Niente di nuovo sotto il sole

Partiamo col dire che, per amor di precisione, la teoria non è affatto originale, come sembrerebbe invece di capire leggendo un po’ di articoli comparsi di recente (qui e qui un paio di esempi). Da sempre si versano fiumi di inchiostro sul rapporto fra personalità e ambiente e sulle interazioni reciproche che li legano, e sui modi in cui l’uno influisce sull’altra e viceversa: ed è considerazione comune notare che in certi contesti un po’ “particolari” certe personalità altrettanto “particolari” sembrano funzionare perfettamente, laddove un carattere cosiddetto “normale” – metto le virgolette perché trovo che il concetto di normalità sia uno dei concetti più relativi che ci siano – stenta a conviverci altrettanto bene. Queste osservazioni in psicologia fanno parte del grande dibattito sul rapporto fra individuo e ambiente e non sono certo nate con il ilbro di Dutton, che però ha il pregio di porgerle al grande pubblico in modo accattivante e chiaro; e di questo gli va riconosciuto il merito.

Qualche esempio

Pesco a caso, tra i libri che mi circondano mentre scrivo queste righe, due o tre citazioni giusto per mostrarvi che i concetti appena esposti non sono affatto cosa nuova. Mi limito ai primi testi che ho reperito dai miei scaffali, ma con un po’ di pazienza potrei sicuramente continuare e tirarne fuori degli altri.

“Quali criteri definitivi possono essere utilizzati per differenziare un narcisismo sano da uno patologico? I criteri della salute mentale consacrati dal tempo – amare e lavorare – sono soltanto parzialmente utili nel rispondere a questa domanda. La storia professionale di un individuo può aiutare molto poco a fare tale distinzione. Individui narcisisti fortemente disturbati possono avere un successo straordinario in certe professioni, come negli affari, nelle arti, nella politica, nel mondo dello spettacolo, nell’atletica, nel campo dell’evangelismo” (Glen Gabbard, Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, 1994, p. 469).

“Tale è il caso di quei soggetti che trovano un equilibrio nel rigido inquadramento di certi corpi militari, reputati per la disciplina e per le missioni pericolose (…): legione straniera, paracadutisti, polizia ‘parallela’, in America i marines” (Henri Ey, P. Bernard, Ch. Brisset, Manuale di psichiatria, Masson, 1978, p. 395).

“Che effetti produce sulle altre persone un individuo con un equilibrio psichico prevalentemente orientato in senso narcisistico? Per quanto a tutta prima possa sembrare strano (…) un equilibrio psichico prevalentemente narcisistico è alla base di moltissimi successi sociali: il narcisista esercita un fascino straordinario sulle persone circostanti. La sua sicurezza, il suo orgoglio, la sua ambizione, la sua certezza di superiorità costituiscono un invito alla identificazione per moltissime persone le quali, assicurandogli il proprio appoggio, facilitano il suo successo. Si istituisce così un circolo di autopotenziamento del fenomeno, perché il successo aumenta la sicurezza, l’orgoglio, l’ambizione, il sentimento di superiorità e di invulnerabilità del narcisista ma ciò aumenta il suo fascino, il che produce ulteriori identificazioni che aumentano le probabilità di successo le quali… “ (Antonio Alberto Semi, Il narcisismo – Necessario quando è sano, accecante quando cancella gli altri, Il Mulino, 2007, pp. 48-49).

Chi ha mai detto che per avere successo bisogna essere “matti”?

Ma… fermi tutti: che da qui si arrivi a dire che solo gli psicopatici, i narcisisti o comunque le personalità disturbate hanno successo ce ne passa. Nessuno sta dicendo che “per avere successo bisogna essere matti”, come titola uno degli articoli che parlano del libro di Sutton (qualsiasi cosa significhi la parola “matto”, fra l’altro, che non è un termine molto accademico). In realtà quel che da sempre è stato notato è che c’è un reciproco e complesso rapporto fra personalità e ambiente, per cui a certi ambienti sembrano corrispondere meglio certe personalità e meno altre. Il discorso fra l’altro porta con sé un sacco di altre domande: quanto peso ha l’ambiente nella costituzione del carattere? E quanto può, in senso inverso, influire una persona nel plasmare il suo ambiente? Cosa fa sì che certe combinazioni fra personalità e ambiente funzionino meglio di altre? Cosa fa sì che persone diverse cresciute in un medesimo ambiente mostrino caratteri diversi? Per non parlare dei risvolti di tipo etico e morale che si potrebbero aprire, e che tralascio perché non sono oggetto di questo blog.

Insomma, la notizia è al 50% bufala e al 50% verità: è una bufala perché non è vero che solo le persone con qualche tratto caratteriale problematico possono avere successo e non è vero che questa teoria sia innovativa e rivoluzionaria, come lascerebbero credere gli articoli; non è una bufala perché è noto e indagato da tempo il rapporto fra personalità e ambiente, anche nei casi particolari di personalità estreme e di ambienti estremi.

 

 

 


Sì, anche i ragazzi possono avere problemi col cibo (2).

1 agosto 2014

(Questo è il seguito del post precedente)

3 – Cercare aiuto

Una volta che il primo scoglio è superato e i ragazzi hanno riconosciuto e accettato di avere un problema col cibo, devono fare i conti con una nuova difficoltà: a chi possono chiedere aiuto? Sembra facile rispondere a questa domanda, ma per più di un intervistato non lo è stato affatto: molti avevano paura di non essere presi sul serio dagli operatori sanitari. In altri termini, temevano che anche gli operatori fossero vittima del pregiudizio “disturbi alimentari = roba da ragazze”.

Qualcuno potrebbe obiettare che si trattasse di “scuse” che i ragazzi raccontavano a se stessi perché fare il primo passo è sempre una decisione difficile. Possibile? Possibilissimo, certo. Chiedere aiuto non è mai facile. Moltissime persone, quando si tratta di chiedere aiuto psicologicamente per qualsiasi problema, provano una serie di sentimenti contraddittori per cui desiderano una mano ma al tempo stesso indugiano a partire. Eppure non c’è solo questo: se leggiamo quel che i ragazzi della ricerca raccontano viene da dire che in effetti avevano ragione a temere che il loro problema fosse sottovalutato.

Uno di loro ad esempio quando chiede aiuto in una struttura sanitaria si sente dire che non ha la bulimia ma è “solo depresso” (“solo”, fra l’altro?!? Come se essere depressi fosse una cosa da nulla); un altro, anziché l’invito a farsi seguire psicologicamente, riceve un generico monito a “fare l’uomo” e ad “affrontare il problema” (non si capisce come, dato che proprio questo stava cercando di fare il ragazzo rivolgendosi allo specialista). A quest’ultimo paziente, purtroppo, servirà un tentato suicidio per ottenere che attorno a lui ci si renda conto di quanto sta male e gli si fornisca l’aiuto necessario. E’ ben vero che nel caso dei maschi viene a mancare un segnale diagnostico molto forte, ovvero le alterazioni del ciclo mestruale, ma ciò non toglie che a volte la disattenzione che circonda queste situazioni possa essere davvero clamorosa.

Risorse

Dunque, dove chiedere aiuto se si teme di non essere presi sul serio? Intanto bisogna sapere che molte ASL possiedono al loro interno delle strutture apposite con personale competente, quindi operatori esperti e aggiornati proprio sul tema, per aiutare chi soffre di problemi alimentari: provate a digitare su un qualsiasi motore di ricerca chiavi come “DCA ASL” (DCA = Disturbi del Comportamento Alimentare) e vedrete comparire i link a molte aziende sanitarie locali.

A volte però il pudore è tanto che, pur sapendo che nelle strutture dedicate gli specialisti sanno inquadrare correttamente i fenomeni e sanno ascoltare senza pregiudizi, una persona può comunque essere poco a suo agio all’idea di esporsi direttamente. Qui possono diventare utili le risorse online: in rete sono disponibili moltissimi questionari di autovalutazione che, se non possono certo dare una diagnosi sicura, possono però aiutare chi ha sospetti sui suoi comportamenti o sui comportamenti di qualcuno che gli sta caro. Alcuni esempi si trovano qui (questionario sull’alimentazione compulsiva, in inglese), qui (alimentazione compulsiva, in italiano) e qui (diversi questionari per diversi tipi di disturbo, in italiano). Neanche a farlo apposta, nel selezionare le pagine ho dovuto scartarne più d’una perché dal contenuto si capiva che era pensata esclusivamente in chiave femminile. Come volevasi dimostrare.

Un paio di precisazioni.

Prima precisazione. I risultati dello studio che ho esposto, trattandosi di una ricerca qualitativa, non sono statisticamente significativi e non possono essere generalizzati: i soggetti sono infatti troppo pochi e molte fasce di popolazione non sono minimamente rappresentate. Ad esempio, come gli stessi ricercatori segnalano, non è stato intervistato nessun adulto e questo rappresenta un limite allo studio. Faccio comunque notare che i ricercatori seri fanno esattamente questo: precisano chiaramente i punti deboli del loro lavoro e segnalano dove sarebbe interessante approfondire o integrare la materia con altre indagini. I dati, dicevo, sono dunque di portata limitata dal punto di vista statistico: ma restano comunque suggestivi, perché forniscono alcuni spunti su cui potrebbe essere importante tenere alta la guardia e sviluppare una maggiore sensibilità. Si tratta di osservazioni che riguardano sia i ragazzi che il loro ambiente familiare che gli operatori della salute: tutti infatti, anche gli operatori, possono essere condizionati dallo stereotipo “disturbi alimentari = cose da femmine”. Il che può avere, come abbiamo visto, conseguenze pesanti.

Un’ultima osservazione. Chi ha un rapporto equilibrato col cibo forse potrebbe trovare i questionari che ho linkato un po’ assurdi, perché penserà che non debba esserci bisogno di domande tanto scontate per capire che qualcosa col cibo non funziona. Ma dobbiamo provare a metterci nei panni di chi ha un problema. Come abbiamo visto sopra, quando una persona ha un disturbo alimentare il primo ostacolo è che spesso lui o lei non riescono a vedersi in modo obiettivo e non riescono a capire se hanno davvero un problema. Potersi misurare con alcune domandine molto semplici e mirate può diventare quindi di grande aiuto per chi non riesce a far mente locale e a capire lucidamente come sta.


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