NON è quello della Lola (il modo di lavorare di uno psicologo serio)

12 giugno 2018

Pensate che andare dallo psicologo significhi essere sottoposto a un fuoco di fila di domande, magari anche personali e delicate, mentre lo psicologo compila un modulo con le vostre risposte? Beh non è affatto così. Ma non posso biasimarvi se lo pensate. Primo, perché non siete tenuti a sapere come funziona il mio lavoro a meno che non siate miei colleghi. Secondo, magari vi siete imbattuti in questa puntata di “Vite al limite”, avete visto che il dottor Nowzaradan invia la paziente da una psicologa, avete visto all’opera la dottoressa Lola Clay (da 21.40 in poi) e avete concluso che le sedute psicologiche si svolgono così:

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Psicopatico magari sì, ma che “sbagli il test di Rorschach” ho i miei dubbi…

8 giugno 2018

La notizia è curiosa: al Massachusets Institute of Technology hanno messo a punto una intelligenza artificiale che l’ANSA definisce “ufficialmente psicopatica”. Le hanno pure dato un nome, Norman (sì, quel Norman, quello di Psyco). Io di AI non ci capisco un’acca, ma la mia attenzione si è alzata al massimo quando ho letto, sempre nel sito dell’ANSA, che Norman avrebbe “sbagliato il test di Rorschach”.

Prima di proseguire

DISCLAIMER – Qualcuno, lo so, starà già per googlare la parola “Rorschach” e cercherà di sapere come funziona. Ebbene, prima di farlo sappiate una cosa importante: il Rorschach è nemico giurato degli spoiler. Per sottoporsi a un Rorschach è necessario non avere visto il materiale in precedenza, perché sapere come è fatta la prova rovina i risultati. Per questo i siti più corretti non pubblicano il materiale vero ma solo qualcosa che gli somiglia, ma purtroppo qualche sito qua e là ha la pessima idea di caricare il vero materiale, papale papale.  Da sempre ci sono grandi polemiche su questo tema, c’è chi si appella alla “libertà d’informazione” e sostiene che mantenere segreto il materiale lede questa libertà, ma così facendo si danneggiano le persone che eventualmente dovessero poi sottoporvisi. Pensateci bene prima di prendere la decisione di googlare o meno.

Il Rorschach non lo sbaglia nessuno!

OK, finito lo spiegone proseguiamo. Perché faccio un post su questa storia in un blog intitolato “Psico-bufale”? Perché dire che Norman abbia sbagliato il Rorschach non sta né in cielo né in terra. E’ una psico-bufala totale.

Il motivo è molto semplice: il Rorschach non prevede risposte giuste o sbagliate! Per cui Norman non può proprio aver sbagliato il Rorschach, perché il Rorschach non lo “sbaglia” NESSUNO.

Né tantomeno, come dice l’articolo, esistono risposte date da una “intelligenza normale”. Sempre per lo stesso motivo: non esistono risposte più o meno giuste.

Se dovete fare un Rorschach, non temete di sbagliare

Sono pignola? La faccio troppo lunga? Forse. Ma mi preme che chi deve andare da uno psicologo lo faccia avendo, per quanto possibile, le informazioni corrette. E se uno deve sottoporsi a un Rorschach e legge una notizia come questa, magari, comincia a preoccuparsi: “Oddio, e se sbaglio anch’io le risposte? Sarò mica psicopatico anch’io?”.

Tranquilli, dunque, e non preoccupatevi assolutamente di dire le cose “come vanno dette”, perché nel Rorschach non c’è un modo giusto o un modo sbagliato di dire le cose: ditele come preferite. Andranno sempre bene, abbiate fiducia.


“Fai il nostro test di personalità”… e beccati un po’ di pubblicità

31 maggio 2018

Non ne trovavo più in giro, pensavo che avessero smesso di spacciarne dopo il caso Cambridge Analytica, e invece eccolo qua, fresco fresco nella mia email: un bell’invito a sottopormi a un fantomatico test della personalità online. Occasione troppo ghiotta per lasciarla cadere, così mi sacrifico per la scienza e decido di farmi testare cliccando sul link.

Provato per voi

Atterro su una pagina di un noto marchio di abbigliamento. Foto di modella e nuovo invito a fare il test. Primo inghippo: se fosse un vero test dovrei trovare dei riferimenti perlomeno su come si chiami il test (non basta dire genericamente “test di personalità”: ce ne sono tanti!) e chi sia l’autore, ma non trovo nulla di ciò. Devo fidarmi. Però una scritta più in basso, non troppo visibile perché bisogna scorrere in giù con lo schermo, mi dice che così scoprirò il look ideale per la mia personalità. E qui secondo inghippo: è un test di personalità o un modo per avere suggerimenti su come vestire?

Soprassiedo e vado avanti. Clicco su “Inizia il test” e mi compare una serie di foto: raffigurano delle nuvole, per ognuna devo dire a cosa le trovo somiglianti scegliendo fra alcune possibili risposte. Terzo inghippo: se per caso non mi ritrovo nessuna risposta? L’opzione “Non so” non è prevista: devo per forza scegliere. Ma così è intuitivo che, se fosse un vero test, la mia prova verrebbe falsata: posso aver cliccato sulla risposta X sia perché la trovo convincente – e quindi la mia risposta esprimerebbe veramente un mio supposto tratto di personalità – sia perché non trovo nulla di credibile e ne scelgo una a caso, e qui la risposta non esprimerebbe proprio nulla.

Sono “un’inguaribile romantica”. E dovrei vestire a fiori.

Rispondo così come mi viene e alla fine lascio un indirizzo email, senza farlo non posso proseguire. Ultimata l’operazione, mi si apre la pagina in cui trovo l’agognato responso. Che è il seguente:

Sei un’inguaribile romantica, credi che tutte le storie siano destinate a finire con un “e vissero per sempre felici e contenti”. Sensibile e affettuosa, hai un legame profondo con chi ami.

  Un po’ pochino come profilo di personalità, ne converrete. Tutto qui? No:

Un semplice maxi dress mette in luce il tuo lato più spensierato, mentre delicate fantasie floreali aggiungono un pizzico di poesia: ti innamorerai del nostro nuovo abito giallo, il look giusto per “dirlo con i fiori”.

Dopo il testo sul look – che vi faccio notare essere più lungo di quello sulla mia presunta personalità, liquidata in due e due quattro – segue photo gallery con abiti e accessori giusti per la mia “personalità romantica”. Che ovviamente era il vero motivo per cui mi avevano proposto di fare il “test” (che avrete ben capito non essere affatto un test): mostrarmi un po’ di pubblicità sui loro prodotti.

Chi l’avrebbe mai detto, vero?

Perché serviva la mia mail?

O meglio: mostrarmi i loro prodotti era solo uno dei motivi. Perché non avrete certo dimenticato che per avere il responso mi avevano chiesto il mio indirizzo email.

Curiosamente il responso mi arriva identico anche per email: il mio indirizzo a qualcosa gli sta servendo. Mica sarò finita su una mailing list? Torno sul browser, vado nella pagina del mio “profilo di personalità” e clicco, in basso e piccolino piccolino, su “Termini e condizioni”. Scorro il pdf che si apre e alla fine delle 10 pagine scopro che i miei dati saranno usati per comunicazioni pubblicitarie, ricerche di marketing ecc. ecc. e saranno ceduti ad agenzie di spedizione, società di telefonia, società editoriali, agenzie pubblicitarie ecc. ecc.

E anche qui: chi l’avrebbe mai detto.

Pubblicità anima del commercio. Giusto. Ma anche infinocchiare la gente è anima del commercio?

Si può obiettare: dov’è il problema? Un’azienda ha bisogno di farsi pubblicità e non c’è nulla di male nel cercare di convincere le persone a lasciare i loro contatti. Certo, sono d’accordo. E ho sempre detto che non trovo nulla di male nel voler fare questi giochini per passare qualche minuto in relax. Ma c’è un ma: i dati si possono raccogliere in modo trasparente e in modo un po’ meno trasparente. Farlo con promesse di fantomatici profili di personalità spacciando una lista di domande per test psicologico… beh, non è solo poco trasparente: è proprio poco corretto. Cambridge Analytica avrebbe dovuto insegnare qualcosa.

Morale della favola: se siete interessati a fare un vero test di personalità NON fidatevi di internet. E’ molto probabile che si tratti di roba farlocca, ed è molto probabile che il vero scopo di chi li mette online sia di ottenere i vostri dati. Fateli solo se volete divertirvi e siate consapevoli di quel che fate se mettete online le vostre informazioni personali, e prendete questi giochi per quello che sono: un piacevole passatempo e nulla più.

 


Perché (alcuni) psicologi sono così interessati alla tua storia passata

15 maggio 2018

Non è una psico-bufala, è vero: a volte vai da uno psicologo e ti ritrovi davvero a raccontare la tua storia. Parti dal presente, e magari finisci a raccontare di com’eri da bambino. Al punto che la cosa è quasi diventata una gag: “Tanti soldi spesi con uno strizzacervelli per arrivare a capire che alla fine era tutta colpa di…” (completa la frase a tuo piacimento: i tuoi che non ti capivano, i compagni che ti bullizzavano, la maestra che sgridava solo te… ).

In realtà no, parlare della tua storia non è per dirti che se stai male è colpa del tuo passato.

Primo, perché non sempre chi soffre ha un passato doloroso alle spalle: c’è un sacco di gente che ha problemi nel presente ma ha un passato tranquillissimo. Veramente, non per finta (ne ho parlato qui).

Secondo, perché se veramente c’è un passato doloroso da raccontare questo non è la causa delle sofferenze nel presente, ma ne può essere la spiegazione: semplicemente, ragionare sul passato può aiutare a capire meglio perché e da dove sono spuntati i disagi attuali.

A cosa serve ricordarsi del passato?

Ad esempio potrebbe emergere che certi tuoi comportamenti attuali si sono formati come risposta a eventi o situazioni passate, solo che mentre allora erano perfettamente adatti al contesto ora non lo sono più, ma tu continui a riprodurre quei comportamenti oramai anacronistici (dopo di che potrebbe essere interessante capire come mai perduri in questi schemi e cosa ti impedisce di cambiarli).

Quindi uno psicologo non ti chiede la tua storia per dirti che se stai male, poverino, è colpa del tuo passato. Questa è una psico-bufala. Non lo fa neppure per darti un comodo alibi, del tipo “Visto che è tutta colpa del passato oramai non posso più farci niente”. Questa è un’altra psico-bufala. Te la chiede per vedere se nel tuo passato ci siano eventi o situazioni che potrebbero in qualche modo aiutarti a capire come mai sei arrivato ad avere i problemi che hai oggi. E poi aiutarti a sviluppare degli atteggiamenti nuovi, meno dannosi per te e più adatti all’oggi.

Tutti gli psicologi vogliono sapere la tua storia?

C’è dell’altro: non tutti gli psicologi hanno lo stesso interesse per la storia passata dei loro pazienti. Alcuni preferiscono concentrarsi maggiormente sul qui e ora, senza per forza focalizzarsi su quel che veniva prima. Questa psico-bufala dell’ossessione per il passato dei pazienti nasce, come molte altre, dalla confusione tra psicologo e psicoanalista (ne ho parlato qui): è semplicemente una differenza legata ai diversi approcci e alle diverse scuole di riferimento.

Come sempre, se vuoi sapere come si comporta al riguardo lo psicologo a cui pensi di rivolgerti basta chiederglielo. Non esistono domande stupide, e non c’è da sentirsi stupidi a voler sapere: come dico sempre, uno non è tenuto a sapere come funziona il mio lavoro (a meno che non sia un mio collega). Quindi se hai domande da fare, semplicemente falle: ne hai tutto il diritto.

 

 


Analisi di borsa

24 aprile 2018

Ci risiamo con un classico delle psico-bufale: l’analisi completa della personalità grazie a un dettaglio marginale. Che sia la tua preferenza per il tipo di pizza, gelato o cioccolato o il tuo livello di attività su Facebook, che si tratti del modo in cui fumi o del tuo modello preferito di scarpe… non si scappa: il mondo è pieno di sedicenti esperti che grazie a un piccolo, singolo, minimo particolare dei tuoi comportamenti ti svela i meandri più reconditi del tuo carattere. Stavolta tocca alla borsa: dimmi come la porti e ti scodello, caldo caldo, il profilo espresso della tua personalità.

Ma vediamo un po’ più nei dettagli questo ennesimo esempio di pseudo-diagnosi.

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Un articolo in inglese sulle psico-bufale (e una precisazione)

17 aprile 2018

Ho trovato interessante questo articolo pubblicato su “Psychology Today” in cui si elencano sei grosse psico-bufale a proposito di psicoterapia. Vediamole brevemente (e poi chiudiamo con una precisazione).

“Tutte le terapie sono uguali fra loro”

In realtà, anche se qualche tratto comune potrebbe esserci, gli orientamenti teorici sono molto diversi e le strade per intervenire sullo stesso problema possono variare tantissimo. Inoltre anche all’interno dello stesso orientamento ci possono essere colleghi che seguono modi differenti di procedere. Perciò l’errore più grande che si potrebbe fare è quello di pensare che visto un terapeuta, visti tutti. E magari ci si fa un’opinione generale sulla categoria basandosi sull’esperienza di una singola terapia.

“Parlare dei miei problemi non serve a nulla”

Qui la questione non è tanto il parlare del problema ma il come se ne parla. In terapia non si va solo per sfogarsi – certo, anche questo – ma anche per capire il senso del problema e per smantellarlo. Sempre tenendo presente il punto precedente, ovvero che ogni terapeuta seguirà un suo iter diverso da quello di altri colleghi.

“Ho già delle persone fidate con cui sfogarmi, una psicoterapia non serve”

Amici, parenti e partner sono una cosa, un terapeuta è un’altra. Il livello di confidenza può essere profondo in entrambe le situazioni, ma la posizione del terapeuta è diversa perché è lì per capire il senso del problema e aiutare il suo paziente a fare altrettanto. La posizione del terapeuta è particolare anche perché egli non fa parte della cerchia delle persone che il paziente vede abitualmente: è proprio questa neutralità che gli permette di avere un punto di vista più neutrale e obiettivo. Pur restando, ovviamente, uno che fa il tifo per il suo paziente.

“In terapia ci vanno i matti”

In terapia ci va chi ha il coraggio di ammettere che qualcosa non va e ha la forza di chiedere una mano. Il che a volte è più difficile che continuare a far finta di nulla. Posso aggiungere a quel che dice l’autrice che spesso quando un paziente fa… “coming out” e rivela a qualcuno di avere chiesto aiuto per un particolare problema scopre, con stupore, che un sacco di persone attorno a lui hanno fatto la stessa cosa o meditano di farla. E’ un’esperienza che mi sento spesso raccontare. E fa pensare a quanto, ancora oggi, andare da uno che inizia per “psi-” sia considerato una specie di onta, una prova di debolezza.

“I terapeuti ti dicono cosa devi fare”

Assolutamente, totalmente falso: un terapeuta rispetta a tutti i costi la libertà e l’autodeterminazione dei suoi pazienti e lascia che siano loro a decidere come comportarsi. E a volte per un paziente è frustrante: molto spesso è lui stesso, di fronte a qualche grossa difficoltà, che chiede al terapeuta: “Cosa dovrei fare? Mi dica lei!”. Il terapeuta sa bene che astenendosi dal dargli consigli gli provoca disagio, ma sa anche che l’unico modo per aiutarlo a riprendere il controllo della sua vita è lasciarlo muovere sulle sue gambe, facendo lui i suoi tentativi e ragionando sui risultati ottenuti.

“Il terapeuta mi farà prendere delle medicine”

No, a meno che non sia uno psichiatra. E in ogni caso non è detto che le medicine siano indispensabili, si vede caso per caso. Resta il fatto che la psicoterapia è una terapia fatta di parole, non di medicine.

Qui c’è l’unico punto su cui devo fare un distinguo: chi può praticare la psicoterapia? L’articolo sostiene che possono esercitarla psicologi, counselor e operatori sociali. Questo non vale allo stesso modo in Italia: qui da noi possono praticarla solo gli psicologi dotati di specializzazione in psicoterapia, e nessun altro.

A parte questa ultima precisazione, direi un articolo veramente ben fatto.


Quattro casi per strada… ovvero: può uno psicologo rompere il segreto professionale?

3 aprile 2018

Eccomi qua, dopo una lunga assenza (scusate!). Colpa di una serie di cose che mi hanno occupata parecchio. Comunque sto cercando di rimettermi internettianamente all’opera e colgo la palla al balzo per parlare di un articolo che mi è capitato stamattina sotto al naso.

Quattro casi?!?

E’ intitolato “I quattro casi in cui gli psicologi possono violare il segreto professionale” e subito mi  ha catturato l’attenzione: uno dei temi più spesso affrontati dai pazienti (e potenziali tali) è proprio se il segreto professionale valga sempre, proprio sempre e comunque. Dunque quell’articolo potrebbe essere letto con interesse da molti, e magari potrebbe condizionare nel bene o nel male qualche decisione sull’andare o no da uno psicologo. Capirete quindi l’interesse con cui mi ci fiondo. Anche perché a me, di questi fantomatici quattro casi, nessuno aveva mai parlato: eppure io sono una che le leggi che regolano la professione le conosce bene e le rispetta a menadito.

Così mi metto a leggere e… OK, solita storia: mezza bufala. Meglio: imprecisioni a raffica. Probabilmente dovute al fatto che chi ha scritto l’articolo non è un mio collega e quindi non ha idea di due cose: primo, ignora cosa dica la legge italiana sul segreto professionale degli psicologi; secondo, non conosce il significato esatto delle professioni che iniziano per “psi-” e usa termini diversi come se fossero equivalenti. In fondo uno non è tenuto a sapere esattamente come funziona il mio lavoro a meno che non lo faccia anche lui, quindi procediamo con calma e vediamo dove stanno le inesattezze.  Leggi il seguito di questo post »


La “sindrome di Burnò”?

9 giugno 2016

Per questo post mi spiace ma devo partire da una notizia luttuosa: la morte dell’ex allenatore della squadra tedesca del Bayer Leverkusen, Sascha Lewandowski. Ne stanno parlando un po’ ovunque perché il fatto è recente. Ne ha parlato fra gli altri anche un tg, qui il video (la notizia arriva a 25’50”).

Fatto salvo il dispiacere per il fatto in sé e per il possibile retroscena, che rende la cosa se possibile ancor più triste (qualcuno sospetta un suicidio), quando ho sentito la tv sono rimasta per un po’ a interrogarmi su cosa fosse questa fantomatica “malattia da stress di origine nervosa” di cui lo sfortunato Lewandowski avrebbe sofferto: secondo la giornalista, infatti, egli era affetto dalla “Sindrome di Burnò”.  Un rapido ripasso della nosografia clinica a me nota non ha dato frutti. Poi mi è venuto un sospetto, confermato quando ho trovato il testo della notizia sul sito della Gazzetta, identico (immagino dipenda dal fatto che avranno usato come fonte la stessa notizia d’agenzia).

Questo famigerato “Burnò” non era un medico francese che aveva dato il nome a una malattia a me sconosciuta, ma più banalmente il “burnout” (o anche staccato: “burn-out” con o senza trattino). Si tratta di un fenomeno purtroppo ben noto perché molto frequente in chi svolge mestieri ad alto tasso di pressione emotiva, in cui il carico psicologico è tanto intenso da esporre al rischio di un grave logoramento psichico. Un tempo se ne parlava esclusivamente a proposito delle cosiddette professioni di aiuto (medici, assistenti sociali, insegnanti, psicologi, ecc.) ma poco per volta il concetto si è andato allargando e oramai non è raro usare questa terminologia a proposito di qualsiasi tipo di lavoro.

Un piccolo appunto alla pronuncia, che in questo caso non è una pedanteria perché è proprio a causa della pronuncia sbagliata che non si arrivava a capo di nulla: siccome, come dicevo, “burn-out” non è una parola francese ma inglese, se la pronunciate “burnò” costringerete il vostro interlocutore a lambiccarsi il cervello, come ho fatto io, per capire cosa diavolo sia questa sconosciuta sindrome. Pronunciatela correttamente, all’inglese: “burn (dove la u prende quel suono indistinto che sta a metà fra a-e-o) aut” e sarete compresi immediatamente.


Training autogeno per il ballottaggio? Non sarebbe male… se fosse davvero training autogeno

8 giugno 2016

Per prima cosa una doverosa spiegazione a chi si chiedeva dove fossi finita dall’ultimo post, che risale a quasi un anno fa: sto lavorando a un’idea che, in modo del tutto imprevisto, mi sta richiedendo più tempo e attenzione di quanto pensassi. E siccome faccio tutto nei ritagli di tempo e il giorno ha 24 ore… ahimé, devo fare delle scelte, mio malgrado: chiedo venia. E colgo l’occasione di un articolo trovato sull’Huffington Post di ieri per rinfrescare questo blog, visto che di psico-bufale (e in questo caso anche di psico-false friends) ne continuo a vedere.

Prima di proseguire, DISCLAIMER: l’articolo che analizzerò parla di elezioni amministrative e in particolare si occupa di un preciso candidato. Questo non significa nulla riguardo alle mie idee politiche. Avrei scritto lo stesso post, identico, se si fosse parlato di qualsiasi altro candidato e di qualsiasi altro schieramento.

Il “training autogeno” del politico

Titola, dunque, l’articolo: “Training autogeno per Giachetti al Nazareno”. Butto l’occhio distrattamente qua e là sul testo, a casaccio, senza leggerlo con attenzione, e vedo che il termine ricorre nuovamente nella chiusa del pezzo: “Si comincia oggi. Al Nazareno. Prima lezione di training autogeno per Giachetti”. A questo punto, poiché l’espressione “training autogeno” fa parte del lessico psicologico, mi incuriosisco e leggo l’intero pezzo, piuttosto incredula (Giachetti che pratica il training autogeno? Assieme ai compagni di partito? Ma davvero? E in ogni caso… perché dovrebbe fare notizia? Magari è un pezzo di colore per alleggerire un po’, chissà…).

“Training autogeno” non significa “esercitazione”

Beh, temo che ci sia da mettere qualche puntino sulle i: qui il training autogeno non c’entra proprio niente! Secondo me hanno semplicemente usato questo termine pensando che fosse un modo alternativo per dire “esercitazione”, “allenamento” o qualcosa di simile.

Quel che l’articolo infatti annuncia è che ci sarà una riunione del partito con il suo candidato per fare un bilancio del primo turno e per sviluppare la strategia in vista del ballottaggio: “La riunione di oggi, a due giorni dal primo turno delle amministrative, serve da training per Giachetti”. Ecco, appunto: “training”. Che non equivale affatto a “training autogeno”!

A questo punto, allora, due parole di spiegazione su cosa sia il training autogeno per far capire le differenze.

Cos’è il training autogeno, veramente?

Il training autogeno è una tecnica di rilassamento. Fu inventato negli anni trenta del secolo scorso da un medico tedesco, Johannes Heinrich Schultz. Consiste di una serie di esercizi che si eseguono in sequenza e che realizzano una condizione di rilassatezza psicofisica sempre più profonda, partendo dal presupposto che rilassando il corpo anche la mente lo seguirà. Qualcuno, a cominciare dallo stesso Schultz, ha trovato alcune interessanti analogie fra questa tecnica e lo yoga, che pur restando discipline assai lontane qualche punto di contatto comunque possono averlo. Non a caso Schultz, nei due tomi in cui descrive la sua tecnica, dedica un capitolo specificamente al rapporto fra training autogeno e yoga (per i più curiosi: “Il training autogeno”,  ed. italiana Feltrinelli, collana “Campi del sapere”, vol. II, pp. 530 e seguenti).

Perché il training autogeno ha questa strana denominazione? Beh, “training” è abbastanza intuitivo: si tratta di un allenamento, e in effetti chi lo pratica se ne impadronisce poco per volta, con l’esercizio costante. “Autogeno” significa che è il soggetto stesso a procurarselo, e questa è secondo me la parte più affascinante: non c’è bisogno di nessun’altra persona, è il soggetto stesso ad attuarlo. La presenza di un’altra persona, che conosca la tecnica, può essere utile per imparare e per approfondire eventuali aspetti particolari (ad esempio per analizzare le reazioni che si possono avere a un dato esercizio o per capire come adattare la tecnica a situazioni specifiche); ma, teoricamente, i rudimenti si possono imparare con facilità anche da soli: si trovano in giro maree di libri, siti, tutorial e chi più ne ha più ne metta. Googlate e vedrete.

Capirete quindi bene che, se voglio dire che un partito organizza un incontro in cui si farà il punto della situazione e ci si organizzerà per il da farsi, non posso proprio parlare di “training autogeno”. A meno che nel programma non sia prevista una bella sessione di esercizi di rilassamento. Che fra l’altro non ci stanno neppure male quando uno sta affrontando un periodo un po’ teso, ma non credo che rientrassero nell’ordine del giorno.


“Iperattivi su FB = poca autostima” ?!?

6 luglio 2015

Uno degli indizi che mi fanno fiutare una psico-bufala è quando mi imbatto in un articolo con un titolo drastico, di quelli del tipo “Fai questo? Allora sei così”. Perché le persone sono esseri complessi, e decidere come sono fatte in base a un singolo indizio è veramente impensabile. Così quando l’altro giorno mi è capitato sottomano un pezzo dal titolo “Iperattivi su Facebook? Avete poca autostima” mi è suonato l’allarme.

Perché mai se uno è iperattivo su FB avrebbe poca autostima?

Non che ci volesse una laurea per vedere che qualcosa non filava, bastava il caro vecchio buonsenso: su FB si può essere iperattivi per tante ragioni con le quali la scarsa autostima ha poco a che fare. Ad esempio: potrei avere aperto una pagina in cui carico molto materiale utile e scrivo molti post interessanti (parlo in via puramente teorica, visto che io non ho un profilo FB). Il che non necessariamente avrebbe a che vedere con una bassa autostima: potrei, certo, essere anche uno con poca autostima, ma non è mica detto. In aggiunta: pubblicare contenuti di qualità potrebbe farmi ricevere moltissimi commenti, il che mi porterebbe a voler rispondere in qualche modo ai lettori. Nuovamente questo non avrebbe per forza legami con il mio livello di autostima: potrebbe, semplicemente, essere segno di buona educazione. E, anzi, ricevere molti buoni commenti potrebbe aiutarmi a consolidare la mia autostima anziché segnalarne un basso livello.

Insomma, già dal titolo mi era venuta voglia di capire meglio. Così sono andata a leggere l’articolo, che nelle prime righe ribadisce il concetto: una ricerca dimostrerebbe che “chi non riesce a fare a meno di aggiornare compulsivamente il proprio profilo virtuale ha un livello di autostima inferiore alla media”. Il mio scetticismo è aumentato. Per fortuna nel testo c’era qualche riferimento in base a cui si arrivava allo studio originario (chi fosse interessato lo trova qui). Come pensavo: non dice nulla di quel che l’articolo sostiene.

La ricerca originale: cosa dice?

Le autrici della ricerca in realtà sono partite da una domanda diversa: forse che a particolari aspetti della personalità corrispondono differenti modi di aggiornare lo status di FB? Per esempio: non sarà che chi ha un narcisismo pronunciato aggiorna FB in modo diverso da chi ha una forte estroversione? E che chi presenta una spiccata coscienziosità lo fa in modo ancora diverso? E così via.

Benissimo: le autrici hanno visto che probabilmente (occhio all’avverbio) qualche legame c’è, anche se non tutte le ipotesi che avevano fatto sono state confermate. In particolare: chi ha una marcata estroversione sembra aggiornare prevalentemente su attività sociali e vita quotidiana; chi ha una forte apertura mentale propenderebbe più per aggiornamenti su temi intellettuali e per la condivisione di informazioni; chi ha un basso livello di autostima parrebbe aggiornare soprattutto sulla relazione con il partner; chi ha un forte narcisismo sembra più portato di altri a dare aggiornamenti su argomenti come qualche importante risultato conseguito, una dieta che si sta seguendo o la propria attività fisica.

I limiti della ricerca

Ho usato qualche riga sopra l’avverbio “probabilmente”: infatti questi risultati sono ben lontani dall’essere assolutamente certi. Come le stesse ricercatrici avvertono, il lavoro ha una serie di grossi limiti di cui va tenuto conto: primo fra tutti il fatto che le informazioni raccolte erano fornite direttamente dai soggetti, e quindi non abbiamo garanzie che siano state fornite in modo attendibile perché le persone potrebbero avere alterato, volutamente o meno, le loro descrizioni esagerando certi elementi e attenuandone altri. Quindi siamo di fronte a una indagine magari interessante ma di sicuro non da prendere come oro colato. E siamo molto lontani dal titolo semplificante e drastico dell’articolo iniziale.

E dove sarebbe questo “aggiornamento compulsivo di FB”?

Resta poi il fatto che niente in questa ricerca parla di fantomatici “aggiornamenti compulsivi di FB”, né tantomeno li lega ai livelli di autostima. Purtroppo bisogna concludere che il titolo dell’articolo è decisamente fuorviante. Cosa ancor più curiosa: il testo dell’articolo poi proseguiva esattamente descrivendo la ricerca vera e propria. Facendo, quindi, a pugni con il titolo stesso, col quale non aveva alcuna connessione.

 


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